Nel 2026 il biogas agricolo non si gioca più solo sul prezzo dell’energia, ma su come l’impianto dialoga con digestato, reflui, consumi aziendali e mercato del gas. Le misure pubbliche più interessanti premiano soprattutto chi sa integrare produzione, efficienza e uso dei sottoprodotti, mentre i progetti più deboli restano fermi su autorizzazioni, tempi e filiera. In questo articolo metto ordine tra le opportunità davvero utili, con numeri, vincoli e casi in cui conviene cambiare strategia.
Le misure da tenere d'occhio se lavori sul biogas agricolo
- La leva più forte oggi è la conversione al biometano, con contributo fino al 40% e tariffa per 15 anni.
- Le pratiche ecologiche finanziano interventi agricoli e di efficienza con copertura fino al 65% e tetto di 600.000 euro per progetto.
- Il biogas elettrico nuovo trova spazio soprattutto nella taglia piccola, con FER2 e tariffa di riferimento di 233 €/MWh.
- Per gli impianti già in esercizio, i Prezzi Minimi Garantiti aiutano a superare la fine degli incentivi precedenti.
- Nel 2026 contano molto anche tempi, graduatorie, sostenibilità e coerenza tra impianto, stalla, digestato e rete.
Quali incentivi biogas contano davvero nel 2026
Se guardo il quadro attuale in Italia, vedo quattro strade concrete. La prima è la conversione al biometano per gli impianti agricoli già esistenti. La seconda è il pacchetto sulle pratiche ecologiche in azienda, che finanzia interventi molto più “agronomici” che energetici. La terza è il FER2 per i nuovi impianti elettrici di piccola taglia. La quarta è il regime dei Prezzi Minimi Garantiti, utile per non lasciare scoperti gli impianti che escono da vecchi meccanismi di sostegno.
| Misura | Cosa finanzia | Valore pratico | Quando ha più senso |
|---|---|---|---|
| Biometano da DM 15 settembre 2022 | Nuovi impianti e riconversione di impianti agricoli a biogas verso il biometano | Fino al 40% delle spese ammissibili + tariffa per 15 anni | Se hai substrati stabili, vuoi valorizzare il gas e puoi reggere la parte autorizzativa e di connessione |
| Pratiche ecologiche | Digestato, effluenti, trattori a biometano, efficienza degli impianti agricoli | Fino al 65%, con tetto di 600.000 euro per impresa e progetto | Se vuoi migliorare la filiera agricola senza per forza costruire un nuovo impianto |
| FER2 | Nuovi impianti elettrici a biogas di taglia piccola | Procedura competitiva, tariffa di riferimento di 233 €/MWh, durata 20 anni | Se stai valutando un nuovo impianto contenuto e ben integrato con la disponibilità di biomasse |
| BIO-PMG | Integrazione dei ricavi per impianti già in esercizio | Non è un contributo agli investimenti, ma una rete di stabilità sui ricavi | Se l’impianto ha incentivi in scadenza entro il 2027 o rinunci ai vecchi meccanismi |
A questi strumenti nazionali si possono affiancare bandi regionali e misure del CSR/FEASR, ma lì la lettura va fatta caso per caso. Io, prima di inseguire un bando, verifico sempre se l’azienda ha un progetto energetico vero o solo un’idea ancora fragile. Da qui conviene entrare nel caso più interessante per molte aziende agricole: la conversione al biometano.
Quando conviene puntare sul biometano invece che restare sull’elettrico
La conversione al biometano è oggi la soluzione più forte per chi ha già un impianto a biogas e una filiera agricola solida. Non è solo un cambio di destinazione del gas: significa rivedere upgrading, qualità del gas, connessione, gestione del digestato e sbocco commerciale. Proprio per questo il sostegno pubblico è importante: copertura fino al 40% dell’investimento e tariffa in esercizio per 15 anni cambiano parecchio il conto economico.
Dal 2026 il quadro è ancora più netto: gli accordi di concessione devono essere stipulati entro il 30 giugno 2026, e le iniziative ammesse devono entrare in esercizio entro 24 mesi dalla comunicazione dell’accordo. In più, l’accesso passa dalle graduatorie competitive del GSE. Questo significa una cosa molto semplice: non basta avere un buon impianto sulla carta, serve anche un progetto cantierabile e credibile nei tempi.
I segnali che mi fanno dire sì
- Hai disponibilità continua di reflui zootecnici, sottoprodotti agricoli o matrici organiche con logistica corta.
- Puoi valorizzare il digestato con un piano agronomico serio, riducendo l’acquisto di fertilizzanti di sintesi.
- Hai margine per investire in upgrading, stoccaggi e connessione senza dipendere da una sola variabile economica.
- Vuoi uscire dalla logica dell’energia elettrica venduta a condizioni poco prevedibili.
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Quando invece rallenterei
- La fornitura di biomassa è instabile o dipende troppo da terzi.
- L’area non ha una soluzione chiara per connessione, autorizzazioni o distribuzione del gas.
- Il modello economico regge solo se si ipotizzano prezzi molto ottimistici.
- Il progetto esiste solo per intercettare un contributo, non per migliorare davvero l’azienda.
Qui vedo spesso l’errore più costoso: confondere il contributo pubblico con la redditività del progetto. Il sostegno aiuta, ma non sostituisce una filiera ben costruita. Se la parte agricola non è robusta, il biometano diventa solo un impianto più complicato. E proprio la parte agricola è quella che il nuovo pacchetto sulle pratiche ecologiche mette al centro.

Gli interventi agricoli che si finanziano davvero
Qui il meccanismo è diverso: non si finanzia solo la produzione energetica, ma anche il modo in cui l’azienda gestisce reflui, digestato, trattori e processi interni. Il DM Pratiche Ecologiche prevede un contributo in conto capitale fino al 65% delle spese ammissibili, con un limite di 600.000 euro per impresa e per progetto. I beneficiari sono imprenditori agricoli, società agricole, cooperative e consorzi tra soggetti agricoli che rispettano i requisiti richiesti.
Il punto, per me, è semplice: qui si premia un’agricoltura più ordinata, meno dispersiva e più attenta all’efficienza. Non è un bonus generico. Il progetto deve essere coerente con il principio DNSH, cioè “non arrecare un danno significativo” all’ambiente, e deve reggere per almeno cinque anni dopo il completamento.
| Tipologia | Cosa copre | Perché conta in azienda |
|---|---|---|
| Interventi di tipo A.i | Sistemi a bassa emissività per la distribuzione del digestato, gestione più efficiente degli effluenti zootecnici, riduzione dell’ammoniaca, minima lavorazione, strip tillage e semina su sodo | Taglia perdite di nutrienti, riduce emissioni e rende più credibile il piano agronomico |
| Interventi di tipo A.ii | Poli consortili, ristrutturazione di vasche e manufatti, nuove opere civili e impiantistiche per lo stoccaggio e la gestione di digestato ed effluenti, macchine per la trasformazione in fertilizzanti organici | Ha senso quando più aziende vogliono trattare il digestato come risorsa e non come problema |
| Interventi di tipo B | Sostituzione di trattori obsoleti con mezzi efficienti, strumenti di agricoltura di precisione, alimentazione esclusiva a biometano con garanzie di origine | Riduce i costi di carburante e collega il biogas alla meccanizzazione aziendale |
| Interventi di tipo C | Recupero del calore, coperture dei serbatoi del digestato con captazione del gas, sistemi di abbattimento delle emissioni con riduzione di almeno il 5% | È la via giusta per gli impianti esistenti che devono migliorare efficienza e impatto ambientale |
La parte che molti sottovalutano è il legame tra digestato e campo. Se il digestato non si distribuisce bene, l’impianto perde valore agronomico e aumentano le criticità ambientali. Se invece il digestato viene trattato, separato e distribuito con attrezzature a bassa emissività, il progetto si rafforza sia sul piano tecnico sia su quello economico. Da qui il passaggio naturale è capire cosa succede quando l’obiettivo non è il biometano ma il biogas elettrico, nuovo oppure già in esercizio.
Biogas elettrico nuovo o impianto esistente
Per i nuovi impianti elettrici a biogas, il riferimento attuale è il FER2. Qui il settore è più selettivo: la taglia ammessa per il biogas è piccola, fino a 300 kW, con una tariffa di riferimento di 233 €/MWh per 20 anni. Dal 2026 la soglia per la tariffa omnicomprensiva scende a 200 kW. Il GSE ha aperto le procedure competitive dal 8 giugno 2026 al 7 agosto 2026 per il terzo bando del Gruppo A dedicato a biogas e biomasse.
Questo meccanismo ha senso quando il progetto è piccolo, ben controllato e alimentato da sottoprodotti o matrici molto stabili. In altre parole: se il tuo impianto è una micro-filiera agricola ben integrata, il FER2 può stare in piedi. Se invece hai un progetto più grande e più complesso, la conversione al biometano o il rafforzamento di un impianto esistente spesso hanno una logica migliore.
Per gli impianti già attivi c’è poi il tema dei Prezzi Minimi Garantiti. Qui non parliamo di un incentivo all’investimento, ma di un meccanismo che sostiene i ricavi per gli impianti alimentati a biogas o biomasse solide con incentivi in scadenza entro il 31 dicembre 2027, oppure per chi rinuncia ai vecchi incentivi per aderire al regime. È una specie di rete di sicurezza: non cambia l’impianto, ma aiuta a non perdere equilibrio economico quando termina il vecchio sostegno.
La distinzione pratica è questa: il FER2 serve soprattutto per il nuovo, i PMG per la continuità dell’esistente. Se li confondi, rischi di fare domande sbagliate e di investire tempo dove non c’è il massimo ritorno. Prima di aprire una pratica, però, io controllo sempre anche gli errori classici che fanno saltare i progetti più promettenti.
Gli errori che vedo più spesso nei progetti
- Sovrastimare la biomassa disponibile: una stalla o un consorzio non bastano se la fornitura non è continua e tracciabile.
- Ignorare la logistica: i chilometri percorsi dai materiali pesano sui costi quasi quanto la tecnologia.
- Sottovalutare autorizzazioni e tempi: il progetto può essere buono, ma se non entra nei tempi previsti perde il treno degli incentivi.
- Trattare il digestato come un residuo: è un errore tecnico prima ancora che economico.
- Conteggiare il contributo come se coprisse tutto: il budget va costruito sui costi reali, non sulla speranza di un bando generoso.
- Trascurare il cumulo con altre agevolazioni: alcune misure si combinano, altre no, e il doppio finanziamento va evitato con attenzione.
Quando un progetto inciampa, di solito non fallisce per la tecnologia. Fallisce perché la filiera è stata pensata in modo troppo ottimistico. Io parto sempre da una sequenza molto semplice, che in azienda evita parecchie sorprese.
La sequenza che userei prima di aprire una domanda
- Verifico che la base agricola sia solida: reflui, sottoprodotti, digestato, fabbisogno termico e sbocco del gas.
- Scelgo la misura corretta: biometano, pratiche ecologiche, FER2 o continuità con PMG.
- Controllo autorizzazioni, connessioni e requisiti ambientali, incluso il principio DNSH e, dove serve, la sostenibilità documentata.
- Costruisco il piano economico con margini prudenziali, senza dare per scontato che il massimo contributo arrivi senza tagli.
- Allineo i tempi del cantiere con i bandi e con i vincoli di esercizio, perché in queste misure la scadenza pesa quasi quanto la tariffa.
- Se ci sono bandi regionali, li confronto con il quadro nazionale per evitare sovrapposizioni o blocchi di cumulo.